+39 0541 1410580 - +39 335 1871869 - +39 0541 1410579

Ristrutturazione dei Debiti

16

IMPRENDITORE SOVRAINDEBITATO

(Fonte: Presidente del Tribunale di Torino)

La disciplina del sovraindebitamento del debitore c.d. civile pone rimedio ad una rilevante lacuna della legislazione dell’insolvenza e colma il ritardo dell’Italia in questo campo rispetto ai principali Paesi. Sono previste procedure a carattere concordatario fondate sull’accordo tra debitore e creditori, omologato dal Tribunale, ovvero riservate al consumatore persona fisica, all’esito di un giudizio di meritevolezza e fattibilità. Alternativa a tali soluzioni è la liquidazione dei beni, che si apre di regola a domanda del debitore, e che è modellata sulla disciplina del fallimento. Essa costituisce condizione per accedere all’esdebitazione. Non mancano peraltro le criticità, cui non ha posto rimedio la legge 17 dicembre 2012, n. 221, di conversione del d.l. n. 179/2012. Per il commento della disciplina anteriore alla riforma si rinvia allo scritto pubblicato in questo Magazine il 27 novembre 2011 (Panzani, La composizione della crisi da sovraindebitamento).

* Il presente è disponibile con il corredo di note di riferimento nella versione .pdf scaricabile al fondo del testo

SOMMARIO: 1. L’introduzione della disciplina del sovraindebitamento. 1.1 L’accordo ed il piano.2. Il procedimento. La sospensione delle azioni esecutive. 2.1 L’omologazione dell’accordo. 2.2 Esecuzione dell’accordo. 2.3 Risoluzione ed annullamento. 2.4 Gli organismi di composizione della crisi. 3. Il piano del consumatore. 4. La liquidazione dei beni. 5. L’esdebitazione.  6. I presupposti soggettivo ed oggettivo della procedura.  7. Differenze tra gli accordi di ristrutturazione e la nuova disciplina. 8. Organismi di composizione della crisi e conflitto d’interessi.  9. Lo ius speciale dei crediti tributari e previdenziali.

1. L’introduzione della disciplina del sovraindebitamento.
La disciplina del sovraindebitamento dettata dalla l. 27.1.2012, n. 3, rappresenta un novum nell’ambito dell’ordinamento italiano e pone rimedio ad una lacuna legislativa derivante dalla riforma delle procedure concorsuali intervenuta tra il 2005 ed il 2006. Com’è noto, la riforma ha eliminato gli aspetti sanzionatori nei confronti del fallito che erano previsti dalla legge fallimentare del 1942, ed ha contestualmente previsto a favore del fallito persona fisica l’esdebitazione (art. 142 e ss. l. fall.). Si riconosce al fallito persona fisica, a seguito della conclusione della procedura di fallimento, il diritto a veder cancellati i debiti non soddisfatti attraverso la liquidazione dell’attivo attuata nell’ambito della procedura concorsuale, nella consapevolezza che è ben difficile che questi, chiuso il fallimento e soddisfatti i creditori nei limiti possibili attraverso la liquidazione fallimentare, possa altrimenti liberarsi dei debiti residui. Si consente così al fallito il fresh start, la possibilità cioè di ripartire da zero, iniziando una nuova attività commerciale, operazione altrimenti impossibile proprio per il peso dei debiti pregressi.
La riforma non ha previsto l’estensione del fallimento, sia pure a domanda, all’insolvente civile. Il legislatore ha legato l’esdebitazione al fallimento. L’esclusione delle società non determina conseguenze particolarmente rilevanti perché da un lato per le società di capitali, per la loro stessa natura, è escluso ogni effetto dell’insolvenza sul patrimonio dei soci. Dall’altro le società di persone non sono ammesse all’esdebitazione, ma è possibile ritenere che del beneficio possano godere i soci illimitatamente responsabili dichiarati falliti, quando siano persone fisiche.
Oltre alle società sono sottratti al beneficio non soltanto l’insolvente civile, ma anche tutti coloro che, pur essendo imprenditori sono esclusi dal fallimento perché imprenditori agricoli o piccoli imprenditori. Il legislatore ha sensibilmente innalzato la soglia minima per accedere al fallimento, escludendone un ampio novero di imprese ( cfr. il nuovo art. 1 l. fall.).
Ne deriva che una larga parte di debitori non può beneficiare dell’esdebitazione, pur avendo interesse a mettere a disposizione dei creditori l’intero patrimonio per liberarsi dei debiti accumulati. Questi debitori rimangono soggetti all’esecuzione individuale, che, nonostante le recenti riforme, è inefficiente in termini di realizzo e di soddisfacimento dei creditori.
La l. n. 3/2010 ha posto parziale rimedio alla situazione ora descritta, prevedendo per la prima volta una procedura dedicata all’insolvente civile. L’art. 6 ha infatti precisato che le finalità della nuova disciplina consistevano nel «porre rimedio alle situazioni di sovraindebitamento non soggette né assoggettabili alle vigenti procedure concorsuali». Ed ancora l’art. 7, co. 2, ha aggiunto che la proposta di accordo di ristrutturazione dei debiti che il debitore può presentare ai creditori presupponeva a pena d’inammissibilità, che questi non fosse assoggettabile a procedure concorsuali diverse da quelle regolate dal presente capo.
In questo modo l’Italia si è allineata agli altri Paesi occidentali nel prevedere una procedura dedicata all’insolvente civile persona fisica, in conformità alle raccomandazioni della Banca Mondiale.
Va peraltro subito aggiunto che la procedura disciplinata dalla l. n. 3/2012 prevedeva originariamente soltanto la possibilità di un accordo tra debitore e creditori a contenuto dilatorio o remissorio, idoneo a porre rimedio alla situazione di sovraindebitamento, a cui si accompagnava il divieto di iniziare o proseguire azioni esecutive, soggetto ad omologa da parte del giudice. Il legislatore non aveva invece ancora previsto una procedura di liquidazione dei beni dell’insolvente civile, analoga al fallimento ma accessibile a domanda, cui seguissero effetti esdebitatori, sul modello del discharge americano. In tal senso si muoveva l’emendamento governativo al d.l. 22.12.2011, n. 212, la cui mancata approvazione non è dipesa da un giudizio negativo sul progetto presentato dal Governo, ma dal tormentato iter legislativo del decreto legge. La disciplina della crisi da sovraindebitamento di soggetti diversi dagli imprenditori commerciali, infatti, è stata dapprima dettata dal d.l. 22.12.2011, n. 212, la cui conversione in legge ha peraltro comportato la caducazione di tutte le norme del provvedimento che si riferivano al nuovo istituto, perché, nelle more, il Parlamento aveva approvato la l. 3/2012. Il Parlamento ha in sostanza ritenuto che l’iniziativa del Governo di varare un decreto legge su materia sulla quale stava per essere approvato un testo nato in Parlamento, quello appunto sfociato nella legge ora citata, fosse inopportuna e nel convertire il decreto, ne ha espunto tutte le norme che si riferivano alla materia del sovraindebitamento, travolgendo anche quelle che riguardavano la procedura di liquidazione e l’esdebitazione, temi sui quali la legge n. 3/2012, come si è detto, taceva. Il d.l. 18.10. 2012, n. 179, convertito in legge 17.12.2012, n. 221, ha in parte ripristinato la disciplina proposta dall’emendamento governativo, confermandone i tratti generali, ma trasformando l’accordo in una procedura a carattere concordatario, prevedendo per l’approvazione una maggioranza inferiore (60%) ed introducendo in sede di votazione la regola del silenzio-assenso. Il d.l. ha inoltre stabilito regole parzialmente diverse per il caso in cui la proposta di accordo sia presentata da un consumatore, escludendo per tale ipotesi la necessità di un voto dei creditori e legando invece l’omologazione alla valutazione del tribunale in ordine alla fattibilità della proposta ed alla meritevolezza della condotta d’indebitamento del consumatore, così rafforzando il ruolo del giudice. Ha poi introdotto, come era stato da molti richiesto, l’autonoma procedura liquidatoria alternativa all’accordo, all’esito della quale può essere richiesta l’esdebitazione.
Va sottolineato che, come ricorda la Relazione governativa al d.l. n. 179/2012, tutti i Paesi che si sono dotati di una disciplina analoga a quella in esame (e sono la maggioranza) hanno optato per uno strumento concorsuale con effetti esdebitatori e non di carattere negoziale-transattivo, che pure la nuova normativa conserva.

1.1 L’accordo ed il piano.
Il legislatore nell’art. 7 della legge prevede che il debitore in stato di sovraindebitamento può proporre ai creditori un accordo di ristrutturazione dei debiti sulla base di un piano. La norma, diversamente da quanto è previsto per il consumatore, non richiede che il debitore sia una persona fisica.
Per sovraindebitamento s’intende la situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, ovvero la definitiva incapacità del debitore di adempiere regolarmente le proprie obbligazioni. Della specifica disciplina prevista per il consumatore si dirà in seguito.
Il co. 1 dell’art. 8 precisa che la proposta di accordo prevede «la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei crediti attraverso qualsiasi forma, anche mediante cessione dei crediti futuri». Ne deriva che la proposta di accordo può avere qualunque contenuto e carattere dilatorio o esdebitatorio o può cumulare entrambe queste soluzioni. A tale proposito va ricordato che deve essere assicurato il regolare pagamento dei crediti impignorabili, vale a dire alla scadenza contrattualmente prevista ed in misura integrale. La disciplina introdotta dal d.l. n. 170/2012 ha reso l’accordo obbligatorio per tutti i creditori (art. 12, co. 3), sulla falsariga del concordato, con la conseguenza che non si prevede più l’integrale pagamento dei creditori estranei, non aderenti o non partecipanti all’accordo. L’art. 7, co. 1, prevede ora la possibilità che i crediti muniti di privilegio, pegno o ipoteca possano non essere soddisfatti integralmente, allorché ne sia assicurato il pagamento in misura non inferiore a quella realizzabile sul ricavato in caso di liquidazione, avuto riguardo al valore di mercato dei beni oggetto della prelazione, attestato dagli organismi di composizione della crisi (su cui infra). Anche in questo caso il legislatore si è ispirato alla disciplina del concordato. Va aggiunto che la proposta di accordo in cui sia contemplata la prosecuzione dell’attività d’impresa (evidentemente impresa non soggetta a fallimento) può prevedere la moratoria fino ad un anno dall’omologazione per il pagamento dei creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca, salvo che sia prevista la liquidazione dei beni o diritti sui quali sussiste la causa di prelazione (art. 8, co. 4).
Analogamente a quanto previsto per il concordato preventivo e gli accordi di ristrutturazione, per i crediti relativi ai tributi costituenti risorse proprie dell’Unione europea, all’imposta sul valore aggiunto ed alle ritenute operate e non versate, il piano può avere esclusivamente carattere dilatorio. L’art. 11, co. 5, prevede che in caso di mancato rispetto del termine di novanta giorni dalle scadenze previste per questi crediti, l’accordo cessi di diritto di produrre effetti.
Il piano può prevedere l’affidamento del patrimonio del debitore ad un gestore, nominato dal giudice, per la liquidazione, la custodia e la distribuzione del ricavato ai creditori, da individuarsi in un professionista in possesso dei requisiti per la nomina a curatore ex art. 28 l. fall. Il gestore può anche essere l’organismo di composizione della crisi (d’ora in poi OCC). Altrimenti se per la soddisfazione dei crediti sono utilizzati beni sottoposti a pignoramento ovvero se previsto dall’accordo, il giudice, su proposta dell’OCC, nomina un liquidatore (art. 13, co. 1) che dispone in via esclusiva dei beni stessi e delle somme incassate. Anche il liquidatore deve avere i requisiti per la nomina a curatore e può essere lo stesso OCC.
Il piano deve anzitutto assicurare l’integrale pagamento dei titolari di crediti impignorabili e dei crediti tributari per cui è ammessa soltanto la dilazione. I creditori privilegiati hanno diritto al pagamento integrale e non votano, salvo il caso che essi rinuncino alla prelazione (art. 11. co. 2), con la conseguenza che il credito dovrà essere considerato chirografario.
Il piano deve prevedere i termini e le modalità di pagamento dei creditori, che possono essere suddivisi in classi, le eventuali garanzie rilasciate per l’adempimento dei debiti, le modalità per l’eventuale liquidazione dei beni (art. 7, co. 1). Non è espressamente previsto, come del resto nell’accordo di ristrutturazione disciplinato dall’art. 182 bis, che i creditori debbano essere soddisfatti secondo la regola del concorso. Tuttavia la circostanza che l’art. 7, co. 2, lett. a) indichi le procedure disciplinate dalla legge come “concorsuali” fa ritenere che la regola della par condiciodebba trovare applicazione. D’altra parte sarebbe priva di senso la previsione di classi se, al di fuori delle stesse, non valesse il principio della par condicio.
Il piano può dunque stabilire condizioni differenziate soltanto all’interno delle classi, fermo restando il principio che i titolari di crediti impignorabili, i crediti tributari ed i creditori privilegiati capienti debbono essere soddisfatti integralmente. Quanto alle classi il legislatore ne ha previsto la possibilità, ma non ha previsto che esse raggruppino crediti con natura giuridica ed interessi economici omogenei ( arg. art. 160, co. 1, lett. c, l. fall.), anche se ovviamente al loro interno dovrà essere stabilito un trattamento economico uguale, sì da favorire il consenso dei creditori.
Anche le modalità di liquidazione dei beni debbono essere indicate nel piano.

<< PAGINA PRECEDENTE | PRECEDENTE SUCCESSIVO >>

Translate »