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Transazioni con il Fisco

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AZIENDA CONTRO LA CRISI

I percorsi sono differenti e vanno individuati singolarmente.

Alcune ipotesi:

– Richiesta ed ottenimento della sospensiva ex art. 161 comma 6

In primis per poter presentare l’istanza occorre recarsi da un notaio per redigere l’atto pubblico, mentre l’ avvocato presentera’ il ricorso dove ha sede legale l’azienda. La risposta del Tribunale sarà molto tempestiva, generalmente pochi giorni dopo il deposito dell’istanza.

Una volta accolta l’istanza, ogni mese l’azienda dovrà presentare una relazione sull’andamento economico-finanziario della ristrutturazione. Da sottolineare che da Giugno 2013 il Giudice può nominare un Commissario Giudiziale preposto al controllo dello sviluppo e delle operazioni eseguite nella ristrutturazione.

E’ possibile poi come detto in precedenza richiedere una proroga, sempre tramite istanza presentata da avvocato e qualora ci venisse concessa avremo ben 180 giorni di copertura!!!

Ma l’ottenimento della sospensiva è nulla se nello stesso tempo non si provvederà a redigere un piano di ristrutturazione credibile e realmente efficace, occorrerà quindi fin da subito avere chiare le idee di come si procederà nella ristrutturazione…

Questo anche perché all’interno della richiesta di sospensiva ex art 161 comma 6 vanno inseritele linee guida che condurranno al di fuori della crisi l’azienda.
Attenzione: il Tribunale non richiede il piano dettagliato, ma vuole solamente conoscere quali saranno le linee guide perseguite dall’azienda.

 La fase di Trattativa con i creditori

Redatta la bozza del piano ed ottenuta la sospensiva, ecco come proseguire:

– si dovranno iniziare le trattative con i fornitori, con le banche, con i sindacati ed i dipendenti, tutte portate avanti dall’advisor, naturalmente in collaborazione con il commercialista dell’azienda

– si dovrà attivare l’art. 183 c.f. per quel che riguarda la composizione dei rapporti con l’Agenzia delle Entrate e gli Enti.

Naturalmente l’arte nella trattativa sarà nel far comprendere al creditore che non appoggiare il piano di ristrutturazione ed intraprendere altre strade come ad esempio l’istanza di fallimento, non tutela assolutamente i suoi interessi!


 Soluzioni per uscire dalla crisi

Terminata la fase delle trattative con i creditori, abbiamo quindi due possibili soluzioni da valutare per portare l’azienda fuori dalla crisi. Fare dei feedback durante le fasi di trattativa, per rendersi conto dello stato e del possibile successo delle varie trattative instaurate, può aiutarci a capire quale sia la giusta strada da percorrere:

a) La presentazione di una accordo di Ristrutturazione Debiti ex art. 182bis, completo di tutti quanti gli accordi, a patto che questi accordi raggiungano almeno il 60% dei debiti totali dell’azienda;

b) Iniziare a costruire un’ipotesi di Concordato preventivo liquidatorio, se si constata che non vi è più possibilità di proseguire con l’attività dell’azienda, oppure di Concordato preventivo in continuità, nel quale si preveda la possibilità di continuare con la propria attività

Da tener sempre presente che scegliendo la strada del Concordato Preventivo vi saranno, a differenza di una Ristrutturazione ex art. 182bis, piu’ costi di giustizia da anticipare e la nomina di un commissario giudiziale che inevitabilmente andrà ad ostacolare l’amministrazione e di fatto assumerà lui stesso l’amministrazione dell’azienda.

E qualora non fosse possibile né presentare un 182bis, né presentare un Concordato preventivo ex art. 161, ecco che allora si potrebbe profilare una terza soluzione…

Può accadere, e spesso accade, che la tregua concessa dalla sospensiva ex art. 161, abbia avuto un effetto benefico sull’azienda, per la possibilità di non operare più in condizioni di emergenza e di riorganizzarsi, cosicché alla fine dei 180 giorni della sospensiva l’azienda si trovi addirittura in bonis!!!

Sembra difficile da credersi ma la nostra esperienza ci porta a confermare numerosi casi aziendali conclusi proprio con questo lieto fine!

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IMPRENDITORE SOVRAINDEBITATO

(Fonte: Presidente del Tribunale di Torino)

La disciplina del sovraindebitamento del debitore c.d. civile pone rimedio ad una rilevante lacuna della legislazione dell’insolvenza e colma il ritardo dell’Italia in questo campo rispetto ai principali Paesi. Sono previste procedure a carattere concordatario fondate sull’accordo tra debitore e creditori, omologato dal Tribunale, ovvero riservate al consumatore persona fisica, all’esito di un giudizio di meritevolezza e fattibilità. Alternativa a tali soluzioni è la liquidazione dei beni, che si apre di regola a domanda del debitore, e che è modellata sulla disciplina del fallimento. Essa costituisce condizione per accedere all’esdebitazione. Non mancano peraltro le criticità, cui non ha posto rimedio la legge 17 dicembre 2012, n. 221, di conversione del d.l. n. 179/2012. Per il commento della disciplina anteriore alla riforma si rinvia allo scritto pubblicato in questo Magazine il 27 novembre 2011 (Panzani, La composizione della crisi da sovraindebitamento).

* Il presente è disponibile con il corredo di note di riferimento nella versione .pdf scaricabile al fondo del testo

SOMMARIO: 1. L’introduzione della disciplina del sovraindebitamento. 1.1 L’accordo ed il piano.2. Il procedimento. La sospensione delle azioni esecutive. 2.1 L’omologazione dell’accordo. 2.2 Esecuzione dell’accordo. 2.3 Risoluzione ed annullamento. 2.4 Gli organismi di composizione della crisi. 3. Il piano del consumatore. 4. La liquidazione dei beni. 5. L’esdebitazione.  6. I presupposti soggettivo ed oggettivo della procedura.  7. Differenze tra gli accordi di ristrutturazione e la nuova disciplina. 8. Organismi di composizione della crisi e conflitto d’interessi.  9. Lo ius speciale dei crediti tributari e previdenziali.

1. L’introduzione della disciplina del sovraindebitamento.
La disciplina del sovraindebitamento dettata dalla l. 27.1.2012, n. 3, rappresenta un novum nell’ambito dell’ordinamento italiano e pone rimedio ad una lacuna legislativa derivante dalla riforma delle procedure concorsuali intervenuta tra il 2005 ed il 2006. Com’è noto, la riforma ha eliminato gli aspetti sanzionatori nei confronti del fallito che erano previsti dalla legge fallimentare del 1942, ed ha contestualmente previsto a favore del fallito persona fisica l’esdebitazione (art. 142 e ss. l. fall.). Si riconosce al fallito persona fisica, a seguito della conclusione della procedura di fallimento, il diritto a veder cancellati i debiti non soddisfatti attraverso la liquidazione dell’attivo attuata nell’ambito della procedura concorsuale, nella consapevolezza che è ben difficile che questi, chiuso il fallimento e soddisfatti i creditori nei limiti possibili attraverso la liquidazione fallimentare, possa altrimenti liberarsi dei debiti residui. Si consente così al fallito il fresh start, la possibilità cioè di ripartire da zero, iniziando una nuova attività commerciale, operazione altrimenti impossibile proprio per il peso dei debiti pregressi.
La riforma non ha previsto l’estensione del fallimento, sia pure a domanda, all’insolvente civile. Il legislatore ha legato l’esdebitazione al fallimento. L’esclusione delle società non determina conseguenze particolarmente rilevanti perché da un lato per le società di capitali, per la loro stessa natura, è escluso ogni effetto dell’insolvenza sul patrimonio dei soci. Dall’altro le società di persone non sono ammesse all’esdebitazione, ma è possibile ritenere che del beneficio possano godere i soci illimitatamente responsabili dichiarati falliti, quando siano persone fisiche.
Oltre alle società sono sottratti al beneficio non soltanto l’insolvente civile, ma anche tutti coloro che, pur essendo imprenditori sono esclusi dal fallimento perché imprenditori agricoli o piccoli imprenditori. Il legislatore ha sensibilmente innalzato la soglia minima per accedere al fallimento, escludendone un ampio novero di imprese ( cfr. il nuovo art. 1 l. fall.).
Ne deriva che una larga parte di debitori non può beneficiare dell’esdebitazione, pur avendo interesse a mettere a disposizione dei creditori l’intero patrimonio per liberarsi dei debiti accumulati. Questi debitori rimangono soggetti all’esecuzione individuale, che, nonostante le recenti riforme, è inefficiente in termini di realizzo e di soddisfacimento dei creditori.
La l. n. 3/2010 ha posto parziale rimedio alla situazione ora descritta, prevedendo per la prima volta una procedura dedicata all’insolvente civile. L’art. 6 ha infatti precisato che le finalità della nuova disciplina consistevano nel «porre rimedio alle situazioni di sovraindebitamento non soggette né assoggettabili alle vigenti procedure concorsuali». Ed ancora l’art. 7, co. 2, ha aggiunto che la proposta di accordo di ristrutturazione dei debiti che il debitore può presentare ai creditori presupponeva a pena d’inammissibilità, che questi non fosse assoggettabile a procedure concorsuali diverse da quelle regolate dal presente capo.
In questo modo l’Italia si è allineata agli altri Paesi occidentali nel prevedere una procedura dedicata all’insolvente civile persona fisica, in conformità alle raccomandazioni della Banca Mondiale.
Va peraltro subito aggiunto che la procedura disciplinata dalla l. n. 3/2012 prevedeva originariamente soltanto la possibilità di un accordo tra debitore e creditori a contenuto dilatorio o remissorio, idoneo a porre rimedio alla situazione di sovraindebitamento, a cui si accompagnava il divieto di iniziare o proseguire azioni esecutive, soggetto ad omologa da parte del giudice. Il legislatore non aveva invece ancora previsto una procedura di liquidazione dei beni dell’insolvente civile, analoga al fallimento ma accessibile a domanda, cui seguissero effetti esdebitatori, sul modello del discharge americano. In tal senso si muoveva l’emendamento governativo al d.l. 22.12.2011, n. 212, la cui mancata approvazione non è dipesa da un giudizio negativo sul progetto presentato dal Governo, ma dal tormentato iter legislativo del decreto legge. La disciplina della crisi da sovraindebitamento di soggetti diversi dagli imprenditori commerciali, infatti, è stata dapprima dettata dal d.l. 22.12.2011, n. 212, la cui conversione in legge ha peraltro comportato la caducazione di tutte le norme del provvedimento che si riferivano al nuovo istituto, perché, nelle more, il Parlamento aveva approvato la l. 3/2012. Il Parlamento ha in sostanza ritenuto che l’iniziativa del Governo di varare un decreto legge su materia sulla quale stava per essere approvato un testo nato in Parlamento, quello appunto sfociato nella legge ora citata, fosse inopportuna e nel convertire il decreto, ne ha espunto tutte le norme che si riferivano alla materia del sovraindebitamento, travolgendo anche quelle che riguardavano la procedura di liquidazione e l’esdebitazione, temi sui quali la legge n. 3/2012, come si è detto, taceva. Il d.l. 18.10. 2012, n. 179, convertito in legge 17.12.2012, n. 221, ha in parte ripristinato la disciplina proposta dall’emendamento governativo, confermandone i tratti generali, ma trasformando l’accordo in una procedura a carattere concordatario, prevedendo per l’approvazione una maggioranza inferiore (60%) ed introducendo in sede di votazione la regola del silenzio-assenso. Il d.l. ha inoltre stabilito regole parzialmente diverse per il caso in cui la proposta di accordo sia presentata da un consumatore, escludendo per tale ipotesi la necessità di un voto dei creditori e legando invece l’omologazione alla valutazione del tribunale in ordine alla fattibilità della proposta ed alla meritevolezza della condotta d’indebitamento del consumatore, così rafforzando il ruolo del giudice. Ha poi introdotto, come era stato da molti richiesto, l’autonoma procedura liquidatoria alternativa all’accordo, all’esito della quale può essere richiesta l’esdebitazione.
Va sottolineato che, come ricorda la Relazione governativa al d.l. n. 179/2012, tutti i Paesi che si sono dotati di una disciplina analoga a quella in esame (e sono la maggioranza) hanno optato per uno strumento concorsuale con effetti esdebitatori e non di carattere negoziale-transattivo, che pure la nuova normativa conserva.

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