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Diritto Civile – Divorzi – Successioni

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Si chiama consensuale proprio perché prevede il consenso espresso di entrambi i coniugi che giungono ad un accordo sulla spartizione dei loro beni in comunione e sull’affidamento dei figli nonché su tutte le possibili questioni connesse ad una separazione.

Il consenso delle parti può essere originario se il ricorso è presentato da tutte e due le parti ma può anche essere successivo nel senso che la separazione può partire come giudiziale (istanza di una sola parte) e poi divenire consensuale successivamente: la dottrina è dibattuta su quale possa essere il termine ultimo per esprimere in consenso, c’è chi lo individua nel tentativo di riconciliazione c’è chi dice addirittura che sia la fase dinanzi al giudice istruttore (quando ormai siamo oltre la metà della causa).

Il consenso naturalmente si può anche revocare e la maggioranza della dottrina dice che termine ultimo per revocare il consenso sia l’udienza di comparizione cioè il momento nel quale il giudice dovrebbe prendere atto del fallimento del tentativo di riconciliazione. L’accordo tra i due coniugi deve essere sottoposto all’analisi del tribunale che, con le formalità della camera di consiglio, valuta che l’accordo sia coerente con la legge e che vengano rispettati i diritti della prole.

Se la valutazione è favorevole allora omologano l’accordo con decreto (impugnabile con appello in Corte d’appello)

Se la valutazione è sfavorevole vengono trasmessi tutti gli atti al giudice istruttore affinché la causa prenda il corso di una separazione giudiziale.

Separazione di fatto
La separazione di fatto non ha alcun effetto legale sul matrimonio, pur potendo essere uno dei presupposti oggettivi per la richiesta di separazione legale.

L’abbandono del tetto coniugale: una “separazione di fatto”
Un caso di separazione non legale e di fatto è quello del coniuge che si reca a vivere stabilmente in altra dimora, in presenza o meno di un partner diverso.

Il reato non sussiste se il coniuge si allontana con preavviso all’altro della propria intenzione di separarsi non necessariamente motivata (anche se non ancora formalizzata da un’istanza al giudice), oppure in presenza di giusta causa.
Sono esempi di giusta causa, purché precedenti l’abbandono, la violenza fisica o verbale nelle mura domestiche, il tradimento del coniuge convivente, il trasferimento della sede di lavoro in luogo lontano dalla dimora abituale, l’insoddisfazione sessuale[4], ma anche una più generica incompatibilità caratteriale / incomunicabilità o litigiosità dei coniugi che rendono impossibile il proseguimento della convivenza[5].

Il coniuge può chiedere alla forza pubblica di constatare il fatto con un verbale per abbandono del tetto coniugale, reato penalmente peseguibile dietro querela della persona offesa (art. 570 c.p.).
La giurisprudenza ha rilevato l’incongruenza della norma con le innovazioni del diritto di famiglia:

introduzione del divorzio per cui non sono richieste motivazione o giusta causa;
facoltà del coniuge di lasciare senza conseguenze legali (civili o penali) la casa coniugale dopo pochi giorni con una semplice comunicazione scritta non motivata o sindacabile al coniuge e/o deposito di un’istanza di separazione in tribunale;
sproporzione evidente delle conseguenze civili e penali per l’inosservanza di tale prassi ― con un abbandono improvviso e non preannunciato della casa coniugale ― e il potenziale danno arrecato al coniuge da un mancato preavviso che, rispettando le norme, si tradurrebbe in un tempo tecnico di qualche giorno;
imprenscidibilità (e conseguente obbligatorietà) dell’accertamento della causa di abbandono per verificare la sussistenza del reato e del profilo penale[6] tramite indagini sulla sfera intima e privata del coniuge lesìve della dignità e privacy, in particolare dopo le tipizzazioni di giusta causa nelle sentenze della Suprema Corte non strettamente legate alla condotta dei querelanti all’esterno delle mura domestiche.
Date le precedenti tipizzazioni di giusta causa, la sola volontà di un coniuge è più volte stata ritenuta dalla Cassazione una giusta causa di abbandono, senza possibile sindacato di merito da parte del giudice. Pertanto, l’assenza di giusta causa è ridotta in via residuale ai soli casi di reale disvalore etico e sociale: «la qualità di coniuge non è più uno stato permanente, ma una condizione modificabile per la volontà, anche di uno solo, di rompere o sospendere il vincolo matrimoniale. Volontà la cui autonoma manifestazione, pur se non perfezionata nelle specifiche forme previste per la separazione o lo scioglimento del vincolo coniugale, può essere idonea ad interrompere senza colpa e senza effetti penalmente rilevanti taluni obblighi, tra i quali quello della coabitazione»[7].

Raramente perseguito con il carcere, l’abbandono del domicilio domestico pregiudica tuttavia qualsiasi diritto e interesse legittimo dell’altra parte a percepire un assegno di mantenimento in caso di necessità economica (art. 143 del codice civile), in quanto la violazione dell’obbligo di coabitazione fa decadere anche l’obbligo di mantenimento e assistenza.
Comporta automaticamente l’affidamento all’altro coniuge dei figli e della casa coniugale, e la separazione con addebito di tutte le spese.
L’abbandono pregiudica anche la quota legittimaria della moglie/marito in caso di eredità, e di partecipare alla propria quota per le proprietà acquisite dopo il matrimonio, se si è optato in per il regime di comunione dei beni.

In materia di successioni è molto spinosa la conseguenza dell’eredità, soprattutto in merito alle conseguenze dei DEBITI;

si rammenta che nel caso di piu’ eredi dei debiti rispondono gli stessi in proporzione alla quota eredità, purchè, secondo l’orientamento giurisprudenziale in merito all’interpretazione degli articoli 752 c.c. e 754 c.c. in combinato disposto con l’art. 1314 c.c., si faccia pervenire al creditore l’apposita dichiarazione che escluda l’applicazione della normativa in materia di obbligazione solidale.

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SUCCESSIONE A CAUSA DI MORTE

La successione a causa di morte è un istituto giuridico dell’ordinamento italiano che si verifica quando un patrimonio o comunque un insieme di beni e/o diritti sia rimasto privo di titolare per effetto della sua morte. Costituisce uno dei casi di successione universale.

La successione mortis causa nel diritto italiano
La successione è legittima se non c’è testamento, testamentaria se c’è, e necessaria se c’è il testamento ma questo non rispetta la legge. Infatti alcuni tipi di eredi (per esempio i figli) non possono essere privati di una quota di beni del defunto neppure se lo stesso avesse voluto.

Il testamento viene definito dalla legge come atto revocabile con il quale taluno dispone per il tempo che egli abbia cessato di esistere di tutte le sostanze o parti di esse.

Esistono tre tipi differenti di testamento, che sono:

testamento olografo
testamento pubblico
testamento segreto.
L’eredità si acquista solo con l’accettazione, che è un atto unilaterale con cui il chiamato esprime la volontà di divenire erede, ed è puro e irrevocabile. A differenza di questa, vi è il legato, ovvero un tipo di successione a titolo particolare con cui per testamento si acquistano singoli beni staccati dall’eredità complessiva, che si acquista senza accettazione. Con la successione un soggetto può ereditare anche i debiti del defunto e risponderne quindi illimitatamente; per evitare ciò la legge mette a disposizione l’accettazione con beneficio di inventario, grazie alla quale si tiene distinto il patrimonio del defunto da quello dell’erede.

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